Cinema e Ambiente Avezzano vuole indagare su quello che è il punto di vista dei registi e filmmaker che raccontano l’ambiente a la sua salvaguardia. Per fare ciò, abbiamo deciso di intervistare i vincitori delle precedenti edizioni e porre loro alcune domande.
Oggi abbiamo avuto il piacere di incontrare digitalmente Antonio Spanò, vincitore del Miglior Corto nell’edizione 2019, e autore impegnato nel raccontare gli ultimi.
Antonio è un regista che si occupa principalmente di documentari, ma il suo lavoro copre un po’ tutti gli ambiti del filmmaking. Lo abbiamo conosciuto meglio due anni fa in occasione del nostro festival, dove ha presentato il suo lavoro Animal Park e ci ha fatto entrare in contatto con una realtà lontana da quella che per noi è la salvaguardia dell’ambiente. Il corto è ambientato nel Virunga National Park, il più antico e importante parco africano. Al suo interno la priorità è la salvaguardia della natura e, tramite i racconti dei diretti interessati, veniamo a contatto con una realtà distorta: i guardiaparco, per preservare l’ambiente, bruciano villaggi, violano gli abitanti attraverso stupri e omicidi.
Ciao Antonio. Abbiamo avuto il piacere di incontrarti nell’edizione 2019 di Cinema e Ambiente Avezzano, in cui il tuo corto Animal Park ha vinto il premio come miglior corto.
Esplorando i tuoi lavori viene subito in mente che registi documentaristi come te hanno una grande responsabilità: scegliendo di raccontare una realtà cosi lontana da noi, avete la possibilità di veicolare e far ricevere il vostro messaggio a migliaia di spettatori.
Sì, è una responsabilità molto grande. Grazie alla democratizzazione del mezzo filmico la quantità di prodotti è in continua espansione, ahimè però, contestualmente, c’è una riduzione dei festival dovuta all’assenza di fondi. Purtroppo è difficile trovare spazio nei festival al giorno d’oggi, e avere una vetrina verso gli spettatori, che poi è l’obiettivo che abbiamo come registi, sta diventando una battaglia costante, che da una parte è anche uno stimolo a concentrarci maggiormente sulla qualità e sul modo in cui stiamo raccontando una storia. La viviamo in trincea: bisogna sempre trovare un punto di vista nuovo e nuovi approcci alle storie. Fortunatamente realtà come Cinema e Ambiente Avezzano rappresentano una ancora di salvezza, parlo in particolare di cinema verità e cinema documentaristico. Sono realtà che ci aiutano sicuramente ad arrivare al pubblico.
Come hai vissuto questo periodo di lockdown?
Siamo ancora nel pieno di questo periodo quindi non posso darti una risposta definitiva. A dicembre 2020 sarebbe dovuto uscire il mio ultimo film Anuka, abbiamo però deciso di aspettare aprile 2021 perchè personalmente sono un sostenitore del contatto diretto e del festival fisico. Per i registi indipendenti come me, i festival sono le nostre sale cinematografiche. Ho deciso di non iscrivermi nei festival online, se perdo la possibilità di avere un contatto con le persone, perde senso il festival in sé.
Animal Park è un documentario che restituisce una realtà difficile e piena di contraddizioni, come si vede dal rapporto tra i guardia parco e la popolazione locale. Il documentario racconta un modo distorto di salvaguardare l’ambiente, esiste la possibilità che le cose cambino?
Quando sono tornato in quelle terre per girare il nuovo documentario, mi sono reso conto che probabilmente è cambiato in peggio. Purtroppo ogni intervento di modernizzazione di quelle terre non si capisce chiaramente quanto sia a beneficio delle popolazioni che abitano il parco. Questa forma di colonialismo ecologico, con l’uomo bianco che porta il concetto di ecologia e salvaguardia dell’ambiente a persone che ci vivono immerse da sempre, non credo sia la giusta via. Le violenze perpetuate dai guardiaparco sono all’ordine del giorno, arrivano continuamente denunce. I guardiaparco sono un vero e proprio esercito paramilitare che si trova a difendere il parco da queste milizie che lo attraversano, è difficile prendere una parte.
Tramite i tuoi documentari entriamo in contatto con lo stile di vita di queste persone. Dopo un anno di pandemia, che ci ha fatto aprire gli occhi e rendere conto di quanto sia industrializzata e brutalmente globalizzata la nostra società, possiamo, secondo te, riavvicinarci ad uno stile di vita simile a quello che vediamo nei tuoi film?
Sicuramente il primo passo è tornare ad avere al centro delle nostre vite la relazione umana. Prenderci cura di essa, dei rapporti con le altre persone e contestualmente prenderci cura della natura che ci circonda con scelte consapevoli come per quanto riguarda il cibo che mangiamo, differenziare i rifiuti ed evitare ogni forma di spreco. Naturalmente non dimentichiamoci che l’inquinamento privato rappresenta una percentuale bassissima rispetto a quello che fanno le grandi industrie. Meno apparenza virtuale e più sostanza reale, vivere consapevolmente nella realtà in cui ognuno di noi si trova, che siamo Bologna, Avezzano o New York.
Da regista quanto pensi sia importante il cinema per tematiche come l’ambiente e quanto possa poi fare la differenza?
Il cinema è un aspetto vitale per me. Il documentario ha una funzione molto importante; noi autori siamo responsabili perchè il mezzo che utilizziamo è un mezzo potentissimo, abbiamo un ruolo molto importante. Il cinema documentario ha ancora una profondità molto elevata, se trattato bene è molto più incisivo e molto più informativo. Tocca cuore e testa delle persone, dovrebbe avere un ruolo molto più centrale e noi autori dobbiamo essere molto attenti ad essere responsabili del mezzo.
Un vero e proprio impegno sociale quello di fare cinema
Assolutamente. E non sono io a dirlo. Non farei cinema se non sentissi questa grande funzione sociale del mio lavoro.
Da dove viene fuori questo tuo interesse per il Congo?
In realtà è stato spontaneo e casuale. Il mio primo lavoro è stato Our Sky Our Land, sul genocidio curdo perpetrato da Saddam Hussein girato nel 2009. Finito quello, ero alla ricerca di una nuova storia e incontrai un prete congolese, diventammo amici e mi iniziò a raccontare di quelle terre così lontane. Sinceramente dopo esserci stato la prima volta, nel 2011, pensavo di non tornarci più, avevo incontrato persone e raccontato storie, invece, per un motivo o per un altro, ci sono sempre tornato. Non riesco a staccarmi da quella terra, nonostante nel frattempo abbiamo girato il mondo.
Il tuo ultimo lavoro, Anuka, verrà presentato a breve in vari festival. Riusciremo a vederlo in qualche festival vicino a noi?
Ancora non posso dire niente ma ci sarà sicuramente occasione. Vi farò sapere.
